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Il codice arcadico ovvero Venus magistra vitae

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Winfried Wehle 1 Winfried Wehle Il codice arcadico ovvero Venus magistra vitae 1 Quando, nell’ottobre del 1749, l’Accademia di Digione sollevò pubblicamente la questione „se il ristabilimento delle scienze e delle arti avesse contribuito a purificare i costumi“, un interlocutore praticamente sconosciuto rispose in maniera imprevista1. Probabilmente l’Accademia dava per scontato il consenso intorno al grande progetto dell’Illuminismo. Ma Rousseau divenne celebre perché, ribaltando i termini della questione, suggeriva che, a grandi linee, al massimo grado di raffinatezza culturale consegue un livello minimo di virtuosità. Una „barbarie della riflessione“ era il pronostico formulato quasi allo stesso tempo anche da Giambattista Vico a proposito di una cultura della ragione giunta al culmine del suo sviluppo2. Ma comunque incontestato rimaneva l’illuministico movente centrale: come giungere a una felicità umanamente possibile. Essenzialmente si trattava quindi di individuare il percorso giusto. In realtà, già nel suo primo Discorso, Rousseau lascia intendere in quale parte della natura umana egli ritenga di trovarla (cœur). Ma in questa fase è ancora impegnato a dimostrare soprattutto come la moderna storia della civiltà abbia condotto l’uomo a una condizione di improprietà esistenziale. Il comportamento calcolatore dello spirito (esprit) si è imposto in maniera 'depravante' sul sentire naturale del corpo (corps). Un processo, questo, inaugurato già dalle grandi civiltà del mondo antico. Umanesimo e Rinascimento, prendendo le mosse dall’Italia e culminando nel 1 J. J. Rousseau, «Discours sur les sciences et les arts», éd. F. Bouchardy; in: Oeuvres Complètes, eds. B. Gagnebin/M. Raymond, Paris 1964 (Pléiade); vol. III, pag.1-30. Cf. P. Geyer, Die Entdeckung des modernen Subjekts. Anthro- pologie von Descartes bis Rousseau, Tübingen 1997 (mimesis 29); p

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